Senza fare rumore

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Il giorno dei giorni

Amore Mio,

Ti sei sempre lamentata del fatto che io non scriva praticamente mai su questo nostro blog condiviso. Hai ragione, mea culpa, e per farmi perdonare ho scelto di scriverti alla vigilia del giorno più importante delle nostre vite.

Tra meno di 12 ore entrerai (anzi, entreremo) in quella sala operatoria lasciandoci alle spalle molte cose.

Prima di tutto, il dolore. E non parlo di quello fisico, seppur degno di nota, ma di quello che ha attanagliato la tua esistenza nell’ultimo anno e mezzo. Il blog racconta per filo e per segno ogni cosa, pertanto non mi dilungherò a riguardo… Dopodiché, lasceremo alle spalle la tranquillità. Suona come una minaccia, ma non lo è affatto. Il calmo e rassicurante trascorrere della nostra vita di coppia, per quanto fonte di benessere, non può essere fonte di gioia quanto l’arrivo di due figli. Per quanto sono sicura che ci stravolgeranno l’esistenza con la forza di due uragani, facendoci disperare, se non piangere, facendoci sentire insicure, inadeguate e impotenti, L. e A. ci regaleranno nuova linfa vitale. Sottoforma di stress, ansie, arrabbiature, ma anche gioia, coraggio e orgoglio. E non c’è niente di meglio al mondo! Infine, ci lasceremo alle spalle le S. e M. che eravamo, solo figlie, e saluteremo le nuove noi, figlie sì, ma soprattutto MAMME.

Questo post sarebbe bello già così, ma non intendo chiuderlo senza prima averti detto GRAZIE.

Grazie alla tua tenacia e alla tua forza d’animo, che ci hanno portate fino a qui. Nonostante tutto remasse contro i tuoi sogni, non ti sei mai data per vinta. In barba alla sofferenza, alla delusione, hai raccolto quel poco che era rimasto di te e hai lottato contro il destino, hai lottato persino contro il tuo corpo, che tutto voleva fare tranne che aiutarti a diventare madre. Dimostrandogli che tu sei al di sopra di qualsiasi avversità. So che in buona parte è merito mio, ma credimi, senza di TE oggi non saremmo qui a gioire per l’arrivo di due figli meravigliosi.

Domani sarà il nostro giorno indimenticabile, “il giorno dei giorni”, nel quale finalmente toccheremo con mano LA Felicità. Insieme.

Vi amo e vi amerò per sempre!

Tua M.

 

E poi… voi!

La gioia più grande prima o poi arriva. Due anni fa non credevo a chi mi diceva che non dovevo smettere di crederci, che sarebbe arrivato anche il nostro momento e che anche noi saremmo un giorno diventate genitori.

E invece oggi dico che è tutto vero, che prestissimo diventeremo mamme e che basta un attimo per cancellare tutto il dolore e la tristezza di anni di fallimenti, test negativi, illusioni e infinito dolore.

Dall’ultimo articolo scritto su queste pagine virtuali ne sono successe di cose. Sono stati tempi difficili, pieni di tante speranze che si alternavano alle ormai solite e ben conosciute lacrime. A maggio 2016 abbiamo provato un transfer da congelati degli ultimi embrioni che ci rimanevano dalla Fivet di Marzo. Erano 4, ma solo 2 sono sopravvissuti allo scongelamento. Manco a dirlo: ennesimo negativo.

A quel punto non avevamo più nulla che ci legava a quella clinica, se non brutti ricordi, dispiaceri e speranze disattese. Così abbiamo deciso di buttarci in una nuova avventura: altra città, altro centro, altri dottori, stesso desiderio immenso di diventare mamme.

Ad agosto eravamo a Barcellona per la seconda Fivet: tanta speranza ed ennesima delusione. Una sola blastocisti ottenuta e trasferita in quinta giornata con l’ormai solito esito negativo. Purtroppo questo tentativo ha segnato peró uno spartiacque nel nostro percorso perché è stata la conferma che i miei ovuli erano di scarsa qualità. Proprio io, che fin dall’adolescenza desideravo un figlio più di ogni altra cosa al mondo, avevo enormi difficoltà a rimanere incinta con i miei ovuli.

É stato allora che si è aperta davanti a noi una strada che non avevamo mai considerato fino a quel momento: la Ropa, un trattamento molto particolare possibile in Spagna e dedicato alle coppie di donne che vogliono un bambino. Una delle due donne procede con la stimolazione ovarica e il pick-up, la compagna si sottopone invece al transfer embrionario dopo che il laboratorio della clinica ha pensato alla fecondazione in vitro -grazie al seme di un donatore anonimo- e alla coltura degli embrioni. In questo modo la prima sarà la mamma genetica (il figlio avrà infatti il suo corredo cromosomico) e la seconda invece sarà la mamma che porterà avanti la gravidanza.

Pur conoscendo altre coppie che la avevano già scelta, non avevo mai pensato a questa come alla nostra strada per diventare genitori e all’inizio non è stato facile per me affrontare quello che ho vissuto come un vero e proprio lutto: rinunciare a un figlio nato dai miei ovuli.

Però con il tempo che passava ho rivalutato tutto, l’amore che mi unisce alla mia compagna si è rafforzato e l’idea di un figlio nato attraverso la Ropa acquisiva sempre maggior significato. Quella che prima era una rinuncia (i miei ovuli, appunto), adesso era diventata una vera e propria scelta d’amore. Entrambe potevamo essere mamme allo stesso modo e con la stessa intensità. Io avrei portato nella mia pancia il bimbo nato dal patrimonio genetico della donna che amo e con cui ho deciso di trascorrere il resto della mia vita. Non abbiamo mai avuto alcun dubbio sul fatto che in qualsiasi modo saresti arrivato, saresti stato figlio di entrambe in egual misura e senza alcuna distinzione o differenza, ma avere un figlio che fosse “biologicamente” figlio di entrambe era un’opzione a cui non avevamo mai pensato e che adesso assumeva un fascino tutto particolare. Forse era proprio questa la nostra strada e forse proprio per questo abbiamo dovuto vivere tutto il dolore e le sofferenze degli anni scorsi. Per arrivare a te in un modo nuovo, che non avevamo considerato prima di allora e che invece ci apparteneva dall’inizio, anche se ancora lo ignoravamo.

Così, dopo vari accertamenti e problemini rilevati e poi curati (isteroscopia e biopsia dell’endometrio da cui è emersa iperplasia dell’endometrio, che ha richiesto 3 mesi di cura), a maggio 2017 siamo partite alla volta di Barcellona per il nostro sesto tentativo. Mamma M. ha fatto la sua prima stimolazione (andata molto bene) da cui abbiamo ottenuto 12 ovociti, tutti fecondati grazie ai semini del nostro super donatore. Parallelamente io ho seguito una cura per preparare l’endometrio al transfer embrionario, in modo che al momento giusto fosse pronto ad accogliere le nostre blastocisti.

Ricordo ancora i discorsi fatti insieme la sera prima del transfer, quando ancora non sapevamo quante blastocisti sarebbero state di buona qualità e quindi adatte al transfer. Da quel dato sarebbe dipeso il numero di embrioni che avremmo deciso di trasferire: una scelta importantissima per la nostra famiglia, visto poteva significare di avere 0, 1 o 2 figli tutti in una volta. Alla fine abbiamo deciso di trasferire 2 embrioni nel caso in cui ne avessimo ottenuti almeno 3 di buona qualità. Questo perché volevamo massimizzare le possibilità di avere un bambino, ma volevamo in ogni caso avere altre possibilità future di ritentare un transfer.

La mattina seguente durante il colloquio con la dottoressa della clinica, abbiamo ricevuto una bellissima notizia: ben 4 embrioni erano arrivati allo stadio di blastocisti ed erano adatti al trasferimento. Altri 4 erano in osservazione e avremmo saputo il loro destino entro il giorno dopo (di questi, poi, siamo riuscite a congelarne altri due). La mattina del transfer avevamo quindi già 4 possibilità di diventare mamme e altri 4 embrioni potevano unirsi al nostro piccolo esercito di blastocisti.

Abbiamo così deciso di trasferire due embrioni e, grazie alla comprensione della clinica (non sempre lo permettono visto che le gravidanze gemellari sono sempre più complicate di quelle singole), così è stato. Ci siamo innamorate di voi fin da quando, la mattina del transfer (il 21 maggio 2017), vi abbiamo visto per la prima volta su quello schermo. Non eravate nulla, se non due minuscoli ammassi di cellule che “facevano le bollicine” (come abbiamo detto noi), eppure noi vi cullavamo nel cuore, come foste già i nostri meravigliosi bambini.

Oggi siamo alla 34esima settimana di gravidanza compiuta. Le due meravigliose blastocisti che “facevano le bollicine” quella domenica mattina sono diventate due bambini che scalciano dentro di me e che verranno alla luce tra meno di tre settimane.

Per la gioia nostra e di tutte le persone che ci circondano, siete un maschietto e una femminuccia, vi chiamerete A. (maschietto) e L. (femminuccia), godete di ottima salute e sembra abbiate tantissima voglia di venire al mondo con anticipo.

E’ vero quel che diceva la clinica (e anche la nostra ginecologa): le gravidanze gemellari sono complesse e difficili, le complicazioni sono maggiori, così come gli effetti collaterali di ogni gravidanza sono molto amplificati. Mi trovo alla fine dell’ottavo mese, e posso dire che solo due sono stati i mesi di questa gravidanza in cui sono stata bene e mi sono davvero goduta la mia condizione: agosto e settembre (rispettivamente il quarto e il quinto mese). Da fine novembre sono a riposo assoluto, a causa di minacce di parto prematuro (il collo dell’utero si è vertiginosamente accorciato e la possibilità di un parto pretermine è davvero concreta), eppure rifarei tutto. A costo di stare male tutti e 9 mesi ancora una volta, rifarei tutto altre mille volte.

Io e mamma M. non vediamo l’ora di conoscervi! Il parto è programmato per il 15 gennaio. Riuscirete a resistere? L’idea di dover correre in urgenza in pronto soccorso non mi entusiasma, preferisco far le cose con calma e in maniera programmata… Dai, abbiate ancora un po’ di pazienza: il 15 gennaio mi sembra proprio una bella data per incontrarci e non lasciarci mai più!!

Esiste una sola e unica via. Il futuro.

Stiamo elaborando il dolore, il lutto per una piccola vita che esisteva e che è morta, per un figlio che avevamo e adesso non abbiamo più. E dopo aver guardato in faccia il dolore più grande, abbiamo capito che per uscirne esiste una sola e unica via. Il futuro.

E così sabato abbiamo scritto al nostro centro spagnolo. Siamo pronte a ricominciare. Con un transfer entro l’estate e una nuova Fivet ad agosto, nel caso in cui ce ne fosse bisogno.

Quel figlio non tornerà. E questo è un dolore che non passerà MAI.

Ma un altro ci sta aspettando e non cercarlo, accoglierlo e amarlo sarebbe un crimine contro di lui, contro noi stesse e contro la stessa vita.

Chi non conosce il dolore di una gravidanza extrauterina, difficilmente può capire. E’ bastardo. Subdolo. Meschino. Un dolore falso, che ti prende in giro. Ti illude. Ti fa provare una gioia immensa. Per settimane ti fa credere di avercela fatta, di aver vinto la tua battaglia.

Un inganno fatto di beta che crescono, degli amici più intimi che ti abbracciano, sorridono e gioiscono con te. Un inganno che passa per i calcoli di quando fare la prima ecografia, di quando terminerà il primo temuto trimestre, di quando dovresti iniziare a sentirlo muovere dietro di te, di quando nascerà, del primo Natale in tre.

È un dolore bastardo. Perché ti illude e poi d’improvviso ti fa crollare nel baratro, perché ti dicono che non solo tutto ciò che hai creduto non si avvererà, ma che anche la tua stessa vita è a rischio.

È un dolore cattivo che si vendica su di te per colpe che non hai, che prima ti fa sentire il battito del cuore di quel figlio che sogni da anni e 5 ore dopo ti porta in sala operatoria a ucciderlo e a toglierti una piccola parte del tuo corpo.

Se potessi, eviterei che qualsiasi altra Donna del mondo provasse ancora questo dolore che ti annienta dopo averti fatto toccare il cielo.

Quel figlio c’era e non tornerà più. E questo è un dolore che niente e nessuno potrà mai placare o guarire. Una insabile ferita al cuore che nessuno potrà mai curare e che ci accompagnerà per sempre. Ma vivere tutta la vita in questa tragedia non servirà a farlo tornare indietro e non ci darà quel bimbo che tanto aspettiamo e disperatamente cerchiamo.

Scusa per aver creduto fossi tu

Sento di doverti delle scuse.

Mi sono fatta prendere in giro e non ho capito che non eri tu. Era qualcuno che si spacciava per te, ma non eri tu. Era solo un ammasso di cellule, con un cuore che batteva forte dentro di me, ma che non somigliava nemmeno lontanamente a te.

Un ammasso di cellule che per due settimane ci ha illuso, facendoci credere che saremmo diventate mamme e che fosse finalmente arrivato il nostro momento.

Non potevi essere tu, perchè quando arriverai io lo sentiró subito e quel numero sul referto delle analisi del sangue esploderá.

Scusaci, abbiamo sbagliato.
Ci siamo cascate in pieno, credendo che quell’ammasso di cellule che aveva deciso di impiantarsi nella mia tuba destra fosse nostro figlio. Invece era solo un essere idiota che, dall’utero dove era stato trasferito, ha deciso di percorrere al contrario una strada in cui non doveva nemmeno passare, farla quasi tutta a ritroso e impiantarsi alla fine della mia tuba destra, in un angolo così infimo del mio corpo dove non aveva alcuna possibilitá di vita.

Non solo. Questo inutile, stupido, insignificante ammasso di cellule, con quella sua corsa suicida a ritroso dentro di me, ha anche messo a rischio la mia vita, mi ha fatto operare d’urgenza, asportare una tuba e arrivare in sala operatoria con la tuba in lacerazione e un inizio di emorragia interna.

No, non eri tu. Ma è stato quasi bello illudersi per due settimane che fosse finalmente arrivato il nostro momento. È stato dolcemente straziante immaginarti vivere dentro di me, crescere, evolverti. Esistere. È stato bello immaginare i tuoi occhi, il tuo viso, il tuo sorriso e chiedersi come sarebbe stata la nostra vita insieme.

La chiamano Gravidanza extrauterina.
Dovrebbero chiamarlo Strazio senza fine.
Sì. Strazio. Senza fine.

O forse una fine c’è, un giorno, per questo strazio. Ma se c’è, sará solo con il TUO arrivo.

Scusa per aver creduto fossi tu.

Ho saputo che c’eri…

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“Stanotte ho saputo che c’eri: una goccia di vita scappata dal nulla. Me ne stavo al buio con gli occhi spalancati e d’un tratto in quel buio, s’è acceso un lampo di certezza: sì, c’eri. Esistevi. Ed è stato come sentirsi colpire in petto da una fucilata. Mi si è fermato il cuore”.

Così Oriana Fallaci inizia una delle sue opere più belle e commoventi: Lettera a un bambino mai nato. Capolavoro letterario che ha segnato la vita di generazioni di donne.

Ho pensato questo quando ho letto il referto delle analisi.

Per mesi, anzi anni, mi sono chiesta come sarebbe andato questo momento, cosa avrei pensato scoprendo la tua esistenza. Ed è andata in modo strano. In quell’istante mi sono passate per la mente le parole di Oriana Fallaci, ma per la prima volta mi sono sentita distante anni luce da quella che è sempre stata la mia fonte di ispirazione (di vita e professionale).

No. Tu non sei una goccia di vita scappata dal nulla. Tu sei un dono, un regalo, un sogno desiderato per anni e finalmente vero. La tua vita non è un caso, non è arrivata dal nulla. Sei stato cercato, voluto, immaginato ancor prima che di te esistesse la sola prima unica cellula.

E la consapevolezza della tua esistenza non è arrivata “d’un tratto nel buio”. Ma è passata per giorni infiniti di attese, per mesi di tentativi, per speranze terminate in lacrime, per determinazione e ostinatezza nel volerti e continuare a cercarti. Quella stessa forza che ci ha fatto andare avanti anche se intorno a noi il mondo non è dolce, che ci ha fatto insistere, continuare senza demordere anche quando lo sconforto si impadroniva di noi e tutto sembrava crollare.

Anche a me, come a Oriana, si è fermato il cuore. E non perché una fucilata mi aveva colpito, ma perché tu non eri più un sogno, perché esistevi e avevi scelto proprio noi. Perché da quel momento in poi ti avremmo amato e protetto più di ogni altra cosa al mondo.

Sono stati giorni duri e difficili e lo saranno anche quelli che ci aspettano. Abbiamo iniziato seguendo la strada più difficile, quella più complicata. Ma tu ci sei e ci hai già lanciato un messaggio: ti stai attaccando alla vita e noi faremo quanto è in nostro potere perché tutto vada bene.

Avevo sempre sognato questo come il momento più bello e più sereno della mia vita: sapere che c’eri, che stavi bene e che tutto era bello e felice. E invece la nostra storia insieme inizia con tanta paura e timore di non farcela.

Il giorno del mio compleanno (32 anni) ho fatto gli esami del sangue. Sarebbe dovuto essere il giorno più bello. E invece quel risultato era molto diverso da ciò che ci aspettavamo. C’eri, ma il valore della Beta Hcg non era quello giusto. Era basso, troppo basso. Appena 41. Da lì due giorni di ansie e paure, immaginando tutte le ipotesi più brutte.
Oggi a due giorni di distanza abbiamo ripetuto gli esami. Secondo i dati medici al di sotto dei 1200, il valore dovrebbe raddoppiare ogni 2 giorni. Noi partivamo già da un valore bassissimo, indice di tante eventualità orrende. Perché ci fosse almeno una minima speranza di farcela, serviva almeno un 100. E tu hai iniziato a farti sentire, hai sentito le nostre ansie e ci hai risposto, dandoci un messaggio chiaro e forte: un 151. Più del triplo del valore iniziale e quasi il quadruplo. Ci sei, esisti, sei vivo, ti aggrappi alla vita e vuoi restare con noi. Abbiamo altre infinite prove da superare, ogni esame sarà un bivio: bene o male. E le tue mamme saranno lì accanto a te ad affrontarle. E superarle.

Noi faremo di tutto per restare con te ed essere la tua famiglia.

Anche tu ci hai fatto fermare il cuore. Ma non per una fucilata. Per una gioia immensa, la certezza della tua esistenza e per l’amore immenso che già proviamo per te.

Un figlio non è un diritto

Su una cosa sono d’accordo con tutti quelli che nelle ultime settimane si stanno prodigando a togliere diritti a una parte importante di cittadini italiani impegnati a chiedere pari dignità rispetto a tutti gli altri:

Un figlio non è un diritto.

Mai affermazione fu più vera. Un figlio non solo non é un diritto, ma è addirittura un dono. Non tutti hanno la fortuna di avere questo dono e, soprattutto, a nessuno è dovuto.

Mettere al mondo un figlio deve essere una scelta consapevole, matura e attentamente soppesata. Non esiste il diritto a diventare genitori. Esiste la fortuna di esserlo, la consapevolezza di crescere un bambino, offrendogli tutto il nostro meglio, insegnandogli a essere una persona onesta e leale, che non guarda solo ai suoi interessi ma alla giustizia e alla verità.

Diventare genitori è un dono, una fortuna, una ricompensa che ci si dovrebbe meritare. Un figlio non è un capriccio, non è affatto dovuto, nè può servire per motivi egoistici o per farci sentire persone realizzate e felici. Un figlio non è la soluzione a un problema, non toglie dai guai, non serve a soddisfare il proprio bisogno di genitorialità o a “completare una famiglia”.

Crescere un bambino è un atto di responsabilità enorme nei confronti del mondo e soprattutto di quel figlio che un giorno diventerà un adulto e a sua volta dovrà, se vorrà, assumersi la nostra stessa responsabilità nei confronti di un altro figlio. E così, via via, per sempre.

Ecco: su questo io e tutti i bigotti, perbenisti, finti-tradizionalisti concordiamo pienamente.

Un figlio non è un diritto.

Diventare genitori è una scelta difficilissima da compiere, rappresenta un’enorme assunzione di responsabilità. E mai, come nel caso delle famiglie omogenitoriali, questa è una scelta pensata, ponderata, cercata e fortissimamente voluta.

Un figlio non spetta a nessuno. Nessuno può arrogarsi il diritto di essere genitore.

Quasi nessun altro può dirsi frutto di così tanta determinazione e consapevolezza, come lo sono i bambini delle famiglie omogenitoriali.

Le tue mamme hanno maturato questa consapevolezza in anni di riflessione, di cammino e di un percorso che non sempre è stato facile e agevole. E adesso che stiamo cercando con tutte le nostre forze di averti, speriamo solo di avere questa enorme fortuna.

E non perché tu sia un diritto. Affatto. Ma perché siamo pienamente consapevoli e responsabili della scelta che stiamo compiendo e speriamo di dare a questo mondo qualcosa di migliore di ciò che altri, molto meno assennati e responsabili di noi, lasceranno.

Ci sarà sempre un’altra opportunità

E’ una follia odiare tutte le rose perché una spina ti ha punto, abbandonare tutti i sogni perché uno di loro non si è realizzato, rinunciare a tutti i tentativi perché uno è fallito.

E’ una follia condannare tutte le amicizie perché una ti ha tradito, non credere in nessun amore solo perché uno di loro è stato infedele, buttare via tutte le possibilità di essere felici solo perché qualcosa non è andato per il verso giusto.

Ci sarà sempre un’altra opportunità, un’altra amicizia, un altro amore, una nuova forza. Per ogni fine c’è un nuovo inizio.

(Il piccolo principe – Antoine de Saint-Exupéry)

Non ci resta che aspettare

Adesso è iniziata la vera attesa. Siamo tornate ieri sera a casa, dopo essere state in Spagna a prenderti. E’ stato il nostro primo viaggio fatto per cercarti e se saremo fortunate (ma proprio tanto fortunate) potrebbe anche essere l’ultimo.

L’inseminazione è stata sabato intorno alle 12.30 e in poco più di 48 ore credo di aver provato così tanti stati d’animo, tutti diversi tra loro, che neanche immaginavo esistessero.

E’ chiaro: la speranza c’è e in un posto un po’ nascosto nel cuore so che è tanta. Ma allo stesso tempo non voglio illudermi. E così, per tenermi impegnata sto già cercando di organizzare il prossimo viaggio a Madrid tra meno di un mese.

Le tue mamme non sanno ancora se esisti già o se arriverai in uno dei prossimi tentativi. Ma una cosa è certa: ti amano già.

Adesso non ci resta che aspettare questi lunghissimi 15 giorni. Interminabili e infiniti 15 giorni.

E’ arrivato il momento

Per quanto ci si prepari, non si è mai pronti abbastanza.

Alla fine, dopo tanta attesa, esami medici, controlli, aspettative, il momento tanto atteso è arrivato.

Da fine dicembre eravamo in allerta, il 4 gennaio abbiamo fatto il primo monitoraggio e dall’ecografia la dott. ha visto un bel follicolo di 13,23 mm. Ieri abbiamo fatto il secondo monitoraggio e il follicolo era arrivato a 18,3 mm. Ovvero la misura minima che avrebbe dato il via a tutto l’iter.

Ieri sera abbiamo fatto la puntura di Gonasi. Una sorta di cronometro che scandisce le ore che mancano all’inseminazione. Esattamente 36 ore dopo saremo in clinica, cariche delle nostre belle speranze.
Tra poche ore prenderemo un aereo che ci porterà in Spagna e sabato alle 12.15 esatte faremo la Iui (Inseminazione Intrauterina).

Poi ci saranno i 15 giorni più lunghi della nostra vita.

Per stemperare l’attesa, ti racconterò una storia. Ti racconterò tante storie quando nascerai. Mi piace far viaggiare la fantasia, le storie permettono alla mente di capire cose più o meno semplici in modo affascinante e coinvolgente.

Mi sono accorta di non averti mai raccontato perché questo nostro piccolo diario virtuale si chiama “Senza fare rumore”. In realtà i significati sono due e voglio dirteli entrambi. Quando ho deciso di aprire un sito internet che raccontasse di noi, volevo trasmettere un messaggio chiaro a chi un giorno o l’altro mi avrebbe letto: noi siamo una famiglia normale, che vive come tutte le altre famiglie, con gli stessi problemi e le stesse piccole gioie. Non vogliamo essere fuori dal coro, non vogliamo destare attenzioni, non vogliamo essere diversi, non vogliamo emergere.

Nel cercare di trovare un nome che esprimesse a pieno questo messaggio, mi sono imbattuta casualmente in una canzone di Laura Pausini, che io ritengo tra le più personali e commoventi. Si intitola “Celeste” e racconta i toccanti stati d’animo e le emozioni di una donna alla ricerca coraggiosa di un figlio che tarda ad arrivare.

Tra le tante bellissime frasi della canzone c’è anche questa:

Ti aspetterò
e prima o poi
arriverai
senza nemmeno far rumore

Ecco, ascoltando quella canzone, sentendo quelle esatte parole, ho capito che quello sarebbe stato il nome del nostro piccolo diario virtuale.

Arriverai senza fare rumore.